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Mito e favola come paradigmi di approccio pedagogico

Il mito e la favola, ciuscuno a suo modo, hanno il merito di offrire un materiale formato da immagini che rappresentano significati espressi ed anche da scoprire. In questo senso sono esemplari della funzione che l’intero linguaggio, composto dai diversi linguaggi, dovrebbe sempre avere: la ricchezza dei significati e’ nell’ambiguita’ che racchiudono, e che consente una possibilita’ di trasmettere al di la’ dell’intenzione. In questo senso, i linguaggi agiscono come la fiamma della candela che spostandosi illumina un angolo del mondo, angoli sempre diversi, con nuove prospettive. La fiamma della candela e’ onesta nel rischiarare una realta’ che rimane in buona parte ancora nel buio, ma che puo’ essere scoperta. E il mito, come la favola, aiutano a mettere da parte l’abitudine a limitare il significato unicamente all’apparente, senza avere la pazienza del ricercatore di materiali che non possono essere selezionati in anticipo. Forniscono un certo numero di immagini piu’ o meno suggestive, con significati non tutti espliciti, tali da accumulare proprio quei materiali non preselezionati cosi’ difficili da avere nel discorso razionalistico. La razionalita’ e’ relativa, e va scoperta nelle situazioni; quando invece si presenta come un assoluto che pretende di ordinare i materiali della realta’ in sensati e non, allora la razionalita’ tradisce e viene tradita, diventando un trucco ingannevole.

Come in un quadro, mito e favola dispongono allo sguardo immagini che non sono tutte fruibili immediatamente, ne’ possono essere rapportate tra loro secondo una squenza che si ripeta in uno stesso ordine, fino ad irrigidirsi. Al contrario, le immagini suggersicono collegamenti e seuqneze assolutamente diversi, permettendo cosi’ di raggiungere risultati differenti, non classificabili per odine di importanza, perche’ a loro volta utili in una relazione mutevole. E questa situazione, non prestabilita, non ha nulla a che vedere con il relativismo scettico.

Al contrario del relativismo scettico, i collegamenti delle immagini sono un impegno morale e quindi politico, e non annullano l’importanza delle scelte e dei progetti. La differenza, e il salto di qualita’, sono costituiti dall’attenzione ad un’esplorazione del reale che non e’ riducibile, e che quindi e’ complessita’ storica. 

Coerentemente a cio’, mito e favola non possono essere accettati come messaggi semplificati, cioe’ come falsificazioni storiche, ma devono essere decodificati e ricostuiti: implicano dunque nell’altro, l’interlocutore, un rapporto di desiderio che sappia trasfigurare il significato, non nel segno del malinteso, ma nell’impegno della continuita’. Sembra una reazione a catena, e per questo puo’ lasciare perplessi: immediatamente spuntano le paure di non saper trovare un senso non soltanto storico ma anche esistenziale di questa continuita’ interminabile di significati che si concatenano nell’ambiguita’. E con la paura della risposta, o meglio: del non saper trovare una risposta rassicurante, rispunta la tentazione di ritagliare la storia, di considerarne quindi una parte soltanto, e di semplificare falsando, cioe’ di fare la “cronaca”; oppure di ennunciare principi assoluti. Questi sono due modi per falsificare la realta’ e produrre i falsi storici.

La “cronaca” accosta con estrema facilita’ i dati, che sono pur veri, in modo da creare, legami di fatto, tanto veri quanto fondati su pregiudizi.

L’enunciazione di prinicpi assoluti e’ allo stesso modo un falso storico: e’ la proclamazione di una pretesa immutabilita’ della natura dell’uomo, e quindi la costruzione di un preteso uomo universale. L’universalita’ come proposta di ricerca, amore universale etico, o internazionalismo politico, viene travolta da questo falso storico: e in nome dell’uomo universale, le minoranze, che sommate diventano poi maggioranze, sono violentemente escluse dalla storia.

La falsita’ della “cronaca” e quella dei principi assoluti sono collegate: vengono spese in un’economia complementare, che rende possibile l’una perche’ vi e’, nascosta o ben  visibile, l’altra.

Mito e favola, forse per una forza paradossale, dovrebbero aiutare una lettura della storia che sia attenta a non falsarsi o in nome dell’empirismo e del pragmatismo o in nome delle semplificazioni assolute. Dovrebbero costituire materiali di dibattito, in cui il rapporto fra senso e non senso sia sempre da accertare storicamente, anche quando fosse gia’ accertato d’autorita’. Per conseguneza, mito e favola propongono una verifica delle autorita’, che e’ anche verifica delle nostre fonti.

Non sono certo gli unici stumenti, ne’ i soli generi di linguaggio capaci di contenere queste proposte, che tra l’altro non sono garantite nel loro svolgimento e nella loro pratica. Vi sono altri strumenti, ed altri generi, che possono offrire analoghe prospettive. Le pratiche e le ricerche delle scienze educative e sociali hanno particolarmente bisogno di questi strumenti e generi, per non perdersi fra piatto empirismo e razionalismo idealistico.

Bibliografia:

A. Canevaro, Il bambino che non sara’ padrone. Milano: Emme Edizioni, 1975;

L. Cancrini, Bambini diversi a scuola. Torino: Boringhieri, 1974;

D. G. Myers, Psicologia. Bologna: Zanichelli, 1996.

Prof. Alessio Lodes
Pordenone (Italia)
prof_biblio_lodesal@yahoo.com 



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  • Oriundi

    Giornalismo fatto con passione