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L'Italia dei partiti

Le radici storiche dei partiti che ancora oggi dominano la scena politica italiana risalgono alla formazione dello Stato unitario nel XIX secolo e, malgrado le profonde trasformazioni intervenute in quasi centocinquanta anni, si può ancora cercare di disegnare una sorta di albero genealogico delle singole forze politiche. Le tacche su ciascun tronco sono marcate da tre soluzioni di continuità intervenute nella storia dell’Italia, che muta il suo assetto istituzionale altrettante volte: dallo Stato liberale (1861-1926) alla dittatura fascista (1926-1943), alla Repubblica democratica (1946).

All’interno di questi grandi periodi si verificano svolte significative con la nascita di nuove forze politiche o la scomparsa dalla scena di vecchie formazioni, mentre la natura e i modelli di partito cambiano seguendo una scansione che non corrisponde alle cesure istituzionali, ma è legata alle modificazioni profonde intervenute nella società civile. Il mutamento si accelera negli anni della Repubblica per culminare agli inizi degli anni Novanta in una crisi dell’intero sistema politico, con effetti travolgenti su tutti i partiti che erano stati i fondatori della democrazia repubblicana.

Si mette così in moto un processo di scomposizione e di riaggregazione che modifica l’identikit ideologico e politico delle forze in campo fino a rendere sempre più tenue e soprattutto più trasversale il legame con le famiglie politiche del passato. Si potrebbe dire, per continuare la similitudine dell’albero genealogico, che i rami e le fronde spuntate sui tronchi originari cominciano a confondersi tra loro tanto da rendere sempre più difficile intravedere in questo groviglio le singole appartenenze o addirittura quanto dei vecchi fusti sia ancora rimasto in piedi. Nei primi anni di vita dello Stato liberale, mentre ancora è in rodaggio il complesso processo di unificazione territoriale dell’Italia, le forze politiche dominanti nel sistema sono la destra storica e la sinistra storica, entrambe fondate sugli ideali del liberalismo risorgimentale. 

Privi di strutture organizzative stabili, questi due partiti sono espressione di gruppi di interesse a forte base regionale che si riconoscono in singole personalità alle quali delegano il compito di rappresentare in Parlamento le proprie istanze e i propri bisogni. Questo modello di partito – definito partito di rappresentanza individuale – è compatibile con un corpo elettorale di dimensioni assai ridotte (più o meno il 2% dell’intera popolazione), dal momento che la legge elettorale del 1860 concede il diritto al voto solo all’8% dei cittadini maschi al di sopra dei venticinque anni. La rappresentanza parlamentare e il governo della cosa pubblica risultano dunque circoscritti a élites politicamente emancipate che non hanno alcuna necessità di procurarsi un riconoscimento in più larghi settori della società. L’allargamento del suffragio per successive tappe, anche se lentamente, modifica questa situazione ed evidenzia la necessità di organizzare un più vasto consenso; un problema che la classe dirigente liberale tende a non prendere in considerazione proprio perché profondamente estraneo alla sua concezione della politica come esercizio riservato a uomini colti, dalla mente aperta e critica, liberi da ogni condizionamento e non manipolabili dalla propaganda dei «professionisti della politica» – una definizione che nel linguaggio dei liberali di allora ha un segno decisamente negativo.

L’organizzazione del consenso è invece, fin dalle origini del Regno sabaudo, al centro dell’opera di aggregazione delle masse proletarie, escluse dalla cittadinanza, ma in fase di crescita via via più prorompente sul finire del secolo, quando anche l’Italia viene investita dal grande sviluppo industriale. Al dilatarsi delle subculture bianche e rosse1 concorrono i propagandisti e gli organizzatori socialisti e larghi settori della società. L’allargamento del suffragio per successive tappe, anche se lentamente, modifica questa situazione ed evidenzia la necessità di organizzare un più vasto consenso; un problema che la classe dirigente liberale tende a non prendere in considerazione proprio perché profondamente estraneo alla sua concezione della politica come esercizio riservato a uomini colti, dalla mente aperta e critica, liberi da ogni condizionamento e non manipolabili dalla propaganda dei «professionisti della politica» – una definizione che nel linguaggio dei liberali di allora ha un segno decisamente negativo.

L’organizzazione del consenso è invece, fin dalle origini del Regno sabaudo, al centro dell’opera di aggregazione delle masse proletarie, escluse dalla cittadinanza, ma in fase di crescita via via più prorompente sul finire del secolo, quando anche l’Italia viene investita dal grande sviluppo industriale. Al dilatarsi delle subculture bianche e rosse1 concorrono i propagandisti e gli organizzatori socialisti e cattolici, impegnati a educare le classi subalterne, a sviluppare la loro coscienza politica e civile inserendole in forti strutture di interesse e di solidarietà, basate sugli ideali del socialismo e del cristianesimo.

Testi consultati:
Bettinelli, E. All'origne della democrazia dei partiti. Milano: comunita', 1982;
Calise, M. Il partito personale. Roma-Bari: Laterza, 2000;
Cavalli, L. Governo dei leader e regime dei partiti. Bologna: Il Mulino 1992
 
Prof. Alessio Lodes
Pordenone (Italia)
prof_biblio_lodesal@yahoo.com 



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  • Oriundi

    Giornalismo fatto con passione