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Il silenzio del greco antico

“I testi archeologici sono muti”, così scrive Antoine Millet, uno dei più grandi studiosi di lingua greca, nella sua Apercu d’une histoire de la langue grecque.  

Questo è verissimo poiché non potremmo avere mai la certezza di come venisse pronunciata una parola greca. I suoni del greco sono scomparsi assieme ai parlanti. Possiamo dire che possediamo i testi della letteratura, li possiamo leggere, studiare, ma non pronunciare. Sono giunti sin noi muti. Anzi afoni. Senza voce.

La pronuncia di una parola è un fatto fisico, umano: è necessario che gli organi fonatori abbiano una determinata posizione per spingere un soffio d’aria a vibrare ad una certa intensità e per una certa durata. Per la pronuncia del greco antico esistono solo fonti scritte, non umane: fonti che non respirano e che quindi non emettono alcun suono. 

Fonti che dicono senza parlare. Per approssimazioni e per tentativi si è codificata nel corso dei secoli una pronuncia del greco antico, affinché si possa pronunciare le parole, non solo leggerle nella mente. Ma il suono del greco antico è sparito; le sue parole non fanno più rumore, la pronuncia originaria è un’altra scheggia di mondo di questa lingua andata perduta.

L’alfabeto in cui ora leggiamo i testi greci corrisponde a quello adottato ufficialmente ad Atene nel 403/402 a.C. E’ composto da 24 lettere (in greco τa γρaμμaτa dal verbo greco γρaφω, scrivere). Sette sono le vocali (in greco τa φωνηεντa, “le risonanti”; diciassette le consonanti (in greco τa συμφωνα, “le sonanti insieme”).

Cosa si verifica quando di una lingua restano le parole, ma non si ha alcuna idea certa della sua pronuncia? Del greco antico a noi è rimasto l’alfabeto scritto, ma non il suono delle lettere. I Greci non hanno avuto, a differenza degli Indiani con il sanscrito, dei fonetisti che analizzassero minuziosamente la pronuncia e ne lasciassero un’accurata descrizione. I suoni del greco, inoltre, variarono di molto nel tempo, dall’epoca arcaica a quella bizantina, e nello spazio, nelle parlate dialettali.

Pensiamo a tutte le varianti dialettali dell’italiano esistenti oggi. Se dovessero scomparire “ex abrupto”, se non dovesse più esistere un solo parlante di friulano o di veneziano e se nessuno ne avesse conservato accurata testimonianza scritta, come potremo tramandare i suoni delle nostre parole?  Se un giorno non ci si ricordasse dell’accento toscano, per esempio, ma restassero solo i testi in lingua italiana, come risalire alla tipica aspirazione della ‘c’, la cosiddetta gorgia toscana?

Le parole greche sono oggi mute come i marmi dell’Acropoli, che narrano un mondo straordinario senza poter parlare. E, se anche le parole parlassero, se sentissimo il loro suono, non lo sapremmo capire e molto faticheremmo a riprodurlo.

Il greco antico era una lingua fortemente musicale: il vocabolo che indica la modulazione dell’accento, prosodia, viene dal greco e significa ‘canto’. Anche il latino, da qui l’italiano, accentus deriva da “ad cantus”. 

A differenza dell’italiano e della maggior parte delle lingue europee, l’accento greco non era di tipo intensivo, ma melodico (lo stesso si verifica oggi in cinese, in giapponese e in molte lingue africane). L’accento non consisteva tanto nell’intensità quanto nel tono del suono emesso, nella sua   quantità e nella sua vibrazione: era un’intonazione musicale. La vocale tonica non era caratterizzata da un rafforzamento della voce, ma da una sua elevazione. Una vocale accentata era più acuta di quelle atone e l’accento aveva valore puramente semantico: talvolta, è solo la posizione  dell’accento a distinguere le parole.

In italiano, l’accento ha valore intensivo: la parola com-pli-ci-tà è formata da quattro sillabe, l’ultima delle quali pronunciata con maggiore intensità per via della vocale accentata.

Anche l’italiano possiede il tono musicale, ma non nella natura delle parole: dipende invece dal loro impiego, se in una domanda, in un’esclamazione o un’affermazione. 

Oltre ad essere una lingua musicale, il greco era una lingua fortemente ritmica. Il ritmo del greco antico è quantitativo e si basa sull’alternanza di sillabe lunghe e brevi. Lo dimostra la musica greca, per noi quasi un’ illeggibile ed irriproducibile tesoro, come nel caso degli inni ritrovati a Delfi e destinati ad essere cantati e suonati. 

Complessivamente questo sistema ritmico e musicale del greco, di origine indoeuropea, era solido e durò per decine di secoli. Questo perchè, nonostante oggi sia per noi inaccessibile, la pronuncia del reco era distainta e chiara per i Greci: brevi o lunghe, toniche o atone, tutte le vocali erano percepite nettamente, sicchè tutte le sillabe erano diastinte ed ordinate.

L’accento musicale e il ritmo della lingua durarono fino al II secolo d.C., quando iniziò a perdersi la nozione di quantità delle vocali e ad affermarsi un accento di tipo intensivo, come quello del greco moderno: le vocali non sono lunghe o brev i per natura, ma lo diventano se accentate o meno. 

Già dal III secolo d.C., le iscrizioni greche iniziano a confondere la lunghezza delle vocali, il ritmo si è trasformato, ma la scrittura non lascia intendere nulla. 

L’alfabeto ci è quindi stato consegnato integro dal potere del tempo. FIno al III secolo a.C. era  di uso consueto in Grecia la scriptio continua, ossia un modo di scrivere senza spazi tra una parola e l’altra, solo in maiuscolo e senza segni diacritici. Quando iniziò a diffondersi l’uso della scrittura minuscola, quella che attualmente leggiamo stampata sui libri, i Greci sentirono la necessità di rendere più decifrabile il testo ed inserirono i segni di interpunzione. Furono i grammatici della biblioteca di Alessandria d’Egitto, durante l’età ellenistica seguita all’impero di Alessandro Magno, a codificare i segni grafici giunti sino a noi: spiriti, accenti, punteggiatura. Il loro utilizzo divenne però costante, normale, solo secoli più tardi.

In conclusione quindi se oggi possiamo comodamente leggere un testi in greco antico, è grazie agli Alessandrini: è a loro che sia no debitori per i segni diacritici e di interpunzione che tanto ci aiutano nella comprensione del greco.

Testi consultati:

Aloni, A. La Lingua dei Greci. Carocci: Roma, 2011; 
Fanciullo, F. Introduzione alla linguistica storica. Bologna: Il Mulino, 2011; 
Hellmann, L. Grammatica storica della lingua greca. Torino: Sei, 1963; 
Isidoro di Siviglia. Etimologie o Origini. Testo latino a fronte. Torino: Utet, 2014; 
Villar, F. Gli ìndoeuropei e le origini dell’Europa: lingua e storia. Bologna: Il Mulino, 1997.         

Autori: 

Grecia Rios Ferrari
Roma (Italia)
Email: greciariosferrari@hotmail.com

Prof. Alessio Lodes
Pordenone (Italia)
Email: prof_biblio_lodesal@yahoo.com