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Prevista la progressiva disgregazione di tutti gli ecosistemi forestali della penisola

I dati raccolti dall’Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi di Carbonio condotto dal Corpo Forestale dello Stato nel 2005, sulla base di circa 30.000 punti inventariali, indicano che la superficie forestale nazionale è pari a circa 10 milioni di ettari, rispetto agli 8 milioni censiti nel precedente inventario del 1985, con un incremento totale del 23%. Le regioni che presentano una superficie forestale più alta sono la Sardegna e la Toscana, con circa 1 milione di ettari ciascuna, seguite da Piemonte e Lombardia con circa 800.000 ettari.
Alla base della naturale espansione delle foreste, il progressivo abbandono delle attività agro-silvo-pastorali nelle aree montane.

SCONFITTE LE PIOGGE ACIDE, AZOTO E OZONO MINACCIANO ORA LE FORESTE

I dati raccolti dal sistema di monitoraggio delle foreste del Corpo Forestale dello Stato CONECOFOR indicano che la deposizione di sostanze azotate raggiunge picchi di oltre 30 kg l'anno per ettaro nella zona della Pianura Padana, con valori comunque alti in tutte le altre aree controllate, provocando anche l’inquinamento delle falde idriche e dei corsi d’acqua. Gli studi effettuati dimostrano che gli elevati livelli di sostanze azotate presenti nelle deposizioni atmosferiche sono strettamente correlati con una perdita di biodiversità nelle specie vegetali presenti nelle faggete, che si verifica quando il carico di azoto supera i 15-20 kg per ettaro all’anno.
Le concentrazioni di ozono raggiungono picchi preoccupanti, fino a 60-70 parti per miliardo, specialmente nel periodo estivo e nelle aree più meridionali, determinando forti danni alla vegetazione forestale. La Rete CONECOFOR è attualmente l’unica Rete di rilevamento nazionale delle concentrazioni di ozono nelle aree rurali ed extraurbane: si tratta quindi di una fonte di dati preziosa per conoscere le concentrazioni di ozono al di fuori delle città, i cui valori sono richiesti dalla Direttiva CE sull’ozono n. 2002/3, recentemente recepita anche dall’Italia con D. Lgs. 21/05/2004 n. 183.


IL RUOLO DELLE FORESTE NELLA MITIGAZIONE DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI ED IL LORO CONTRIBUTO PER IL RISPETTO DEL PROTOCOLLO DI KYOTO

LE FORESTE ITALIANE ASSORBONO PIU’ DELLA META’ DEL CARBONIO FISSATO

A fronte di un’emissione netta nell’atmosfera di circa 170 Gton negli ultimi 150 anni, le foreste hanno assorbito circa 80 Gton, a livello planetario: quasi il 50% di tutto il carbonio assorbito è metabolizzato dagli ecosistemi terrestri.

In Italia, le foreste coprono circa un terzo della superficie nazionale ma assorbono più del 50% di tutto il carbonio bloccato dagli ecosistemi terrestri.

I DATI DELL’INVENTARIO FORESTALE FARANNO RISPARMIARE ALL’ITALIA FINO A 1 MILIARDO DI EURO NEI PROSSIMI 5 ANNI

Nel quadro dell’attuazione del Protocollo di Kyoto, grazie ai dati ottenuti dall’Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi di Carbonio condotto dal Corpo Forestale dello Stato, l’Italia ha potuto dichiarare un assorbimento di anidride carbonica da parte delle foreste 10 volte superiore a quello stimato precedentemente, pari cioè a 10 Mton all’anno. La quota di assorbimento così certificata su solide basi scientifiche consentirà all’Italia di risparmiare fino a 1 miliardo di Euro nei prossimi 5 anni, nell’ambito delle quote di riduzione delle emissioni di gas serra assegnateci nell’ultima Conferenza delle Parti di Nairobi (2006).

GLI EFFETTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI SULLE FORESTE ITALIANE

E’ stato dimostrato che negli ultimi 100-130 anni le precipitazioni sono diminuite del 15% in tutta l'Italia Centro-Meridionale, soprattutto in primavera ed autunno, mentre la temperatura è aumentata di circa 1,0 °C, con un aumento massimo nel periodo invernale. Anche l’innevamento ha subito una drastica riduzione, con una diminuzione del 10% dal 1966 ad oggi in tutto l’Emisfero Boreale, registrato soprattutto in primavera ed estate. Le aree montane più colpite dal cambiamento climatico sono quindi quelle Appenniniche, mentre sulle Alpi il fenomeno è stato e probabilmente sarà molto meno accentuato.

PREVISTA LA PROGRESSIVA “DISGREGAZIONE” DI TUTTI GLI ECOSISTEMI FORESTALI DELLA PENISOLA

Nei prossimi 100 anni è da attendersi una progressiva disgregazione degli ecosistemi forestali, dei quali solo poche componenti potranno migrare in aree più adatte ai mutati scenari climatici, mentre la maggior parte di esse saranno destinate all’estinzione, almeno a livello locale. Le specie con elevata capacità di spostamento (ad esempio i grandi mammiferi come orso, lupo ed ungulati), in grado quindi di tentare di “sfuggire” alla disgregazione del loro habitat, si troveranno in condizioni di “disadattamento”, in quanto sarà per loro impossibile adattarsi in così breve tempo ai nuovi ecosistemi in via di formazione, che potranno ricostituirsi solo nell’arco di alcuni secoli. Questo potrebbe essere il futuro delle foreste dell’Italia Centrale (più colpite di quelle delle Alpi dai cambiamenti climatici), uno scenario che emerge dallo studio scientifico realizzato dal Corpo forestale dello Stato in collaborazione con il Dipartimento di Biologia Vegetale dell’Università degli Studi Sapienza di Roma, e co-finanziato dall’Unione Europea. Il progetto, denominato BioRefugia, è stato realizzato nell’ambito del Programma CONECOFOR (CONtrollo ECOsistemi FORestali), promosso e coordinato dal Corpo Forestale dello Stato.

TUTTI I CICLI NATURALI SONO GIA’ OGGI ANTICIPATI DI 15 GIORNI RISPETTO A 50 ANNI FA

I programmi europei di monitoraggio delle foreste (incluso il Programma CONECOFOR italiano) indicano un anticipo medio di 3 giorni ogni 10 anni di tutte le fasi vitali delle principali specie forestali (emissione delle foglie, fioritura e fruttificazione). Negli ultimi 50 anni, quindi, tutti cicli naturali delle foreste hanno subito un anticipo di circa 15 giorni, in grado di provocare gravi danni all’equilibrio tre le componenti vegetali, animali e del suolo delle nostre foreste.

GLI ECOSISTEMI DI ALTA MONTAGNA SONO IN DECLINO ED IN PROGRESSIVA REGRESSIONE

Gli ecosistemi di alta montagna sono tra i più sensibili al cambiamento climatico, in quanto sono caratterizzati da forti stress ecologici, l’elevata biodiversità e la concentrazione di endemismi presente nella maggior parte delle aree alpine, nonché la loro scarsa capacità di migrazione, rendono la maggior parte delle specie alpine altamente vulnerabile, la riduzione della copertura nevosa, generalmente in grado di isolare il suolo dall’ambiente circostante mantenendo la temperatura prossima agli 0 °C e creando un ambiente favorevole all’attività microbica, aumenta la frequenza del congelamento e dei cicli di gelo e disgelo del suolo, causando un aumento della mortalità dell’apparato radicale e della biomassa microbica.

Recenti studi effettuati sulle Alpi Centrali dimostrano il progressivo spostamento in aree più elevate di specie vegetali di alta quota. Recentissime osservazioni effettuate sugli Appennini Centrali evidenziano una tendenza all’adattamento degli ecosistemi di alta quota ad un aumento dell’aridità: in questi casi, la composizione specifica ha subito cambiamenti, negli ultimi dieci anni, dell’ordine del 10-20%, con preoccupanti sintomi di un processo di degenerazione ormai in atto (incremento delle specie vegetali più adattate all'aridità ed agli stress e parallela diminuzione di quelle più adattate a maggiore disponibilità idrica, basse temperature e maggiore innevamento).

LE FORESTE PIU’ SENSIBILI MOSTRANO GIA’ OGGI CHIARI SEGNI DI DISGREGAZIONE

Negli ultimi anni sono stati osservati i primi sintomi di un processo di disgregazione in atto nelle foreste più sensibili ai cambiamenti climatici, in quanto strettamente dipendenti dall’abbondanza di acqua negli strati superficiali del suolo. E’ il caso dei querceti planiziali del Bosco di Palo (nei dintorni di Roma) e del Parco Lombardo del Ticino (nei pressi di Milano), entrambi localizzati in aree dove il livello della falda freatica si è abbassato a causa dell’inaridimento del clima. In entrambi i casi si sono verificate ripetute ed estese morie di grandi alberi di farnia, cerro e carpino bianco, che hanno frammentato e disgregato la foresta.

L’ADATTAMENTO COME UNICA POSSIBILE RISPOSTA: RAFFORZARE LA PROTEZIONE DELLE AREE DI RIFUGIO E DELLE FORESTE PIU’ MINACCIATE, ISTITUIRE RETI DI AREE PROTETTE, RAFFORZARE I PROGRAMMI DI MONITORAGGIO

Considerata la grande velocità e la fortissima inerzia dei fenomeni climatici, l’unica possibile risposta per limitare i danni che i cambiamenti climatici stanno determinando e produrranno sempre più nei prossimi anni a carico delle foreste appare la messa in atto di provvedimenti volti a favorire il loro adattamento. Si tratta di rafforzare le misure di protezione delle aree di rifugio (identificabili con la metodologia messa a punto nel progetto BioRefugia) e dei tipi forestali più minacciati (foreste planiziali e di alta montagna), di istituire reti di aree protette in grado di favorire la migrazione delle specie sulla spinta dei cambiamenti climatici ed infine di rafforzare tutti i programmi di monitoraggio (come il Programma CONECOFOR), per poter disporre di un efficace sistema di primo allarme delle conseguenze in atto, su scala nazionale.

APPROFONDIMENTO: GLI EFFETTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI SULLE FORESTE DEL LAZIO

Secondo i risultati del progetto BioRefugia, entro la fine del secolo il paesaggio della regione Lazio muterebbe profondamente, assumendo una forte connotazione mediterranea fin nelle aree collinari (fino a 4-500 metri di quota), mentre le foreste più sensibili sarebbero destinate ad estinguersi nelle aree costiere, rifugiandosi sulle montagne.

CERRO E CARPINO BIANCO SI ESTINGUONO NELLE AREE COSTIERE

Secondo i risultati del progetto BioRefugia, le foreste di cerro e di carpino bianco sono destinate a scomparire dalle aree costiere (Parco Nazionale del Circeo, Bosco di Palo, ecc.)

FAGGIO E CASTAGNO ABBANDONANO LE AREE COLLINARI, RIFUGIANDOSI SULLE MONTAGNE

Secondo i risultati del progetto BioRefugia, le foreste di faggio e quelle di castagno sono destinate a scomparire dalle aree collinari (Tolfa, Castelli Romani, Lucretili, Simbruini), per rifugiarsi nelle aree montane al di sopra di 1300 metri circa.

LECCIO E SUGHERA MANTENGONO LE POSIZIONI SULLA COSTA E TENDONO AD ESPANDERSI NELLE AREE COLLINARI

Secondo i risultati del progetto BioRefugia, le foreste sempreverdi di leccio e sughera manterrebbero la loro presenza caratterizzante la vegetazione mediterranea di tutte le aree costiere, tendendo ad occupare le aree collinari lasciate libere da faggio e castagno.